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Nord Africa: i turisti (non sempre) ritornano

Si ritorna alla normalità, piano piano. 

I turisti ritornano sulle coste Nord Africane, soprattutto a Sharm che quasi non ha conosciuto crisi. 

Per le altre mete, ci vorrà più tempo: per ora Malta sostituisce Tunisi, Rodi Rimpiazza Alessandria e il Cairo, in un gioco di “supplenze” che, però, non dovrebbe durare molto. 

I charter infatti sono tornati a volare e la Farnesina ha dato il suo benestare, ma i danni sono gravi soprattutto calcolando che la rivolta in Egitto è avvenuta in alta stagione: i tour operator italiani avrebbero perso 100 milioni di euro in febbraio, e il clima è ritornato respirabile ma è sicuramente ancora difficile. 

Se sulla costa e per vacanze balneari che chi ha dirottato quasi volentieri l’attenzione su altre mete – vedi Grecia o Baleari – chi aveva scelto mete storiche in Egitto non se la sente di rinunciare o di “cambiare le carte” e aspetta con pazienza di poter finalmente fare la vacanza programmata da tempo. 

Per i temerari impazienti: Turisanda, Inviaggi, I viaggi del Turchese hanno già ripreso a navigare lungo il Nilo. 

Costa Crociere ha cambiato gli scali evitando Tunisia, Egitto e Israele per tutto il 2011. Nonostante Israele infatti (per una volta) non sia stata toccata dai tumulti, c’è un condizionamento psicologico che al momento fa preferire altre mete ai turisti.

Speriamo in una ripresa veloce per questi Paesi, che meritano di essere visti e sostenuti in una nuova economia, meglio: in questa nuova era.

L’Italia: debole crescita del Pil. Ma rispetto a chi?

Marco Fortis ha scritto un articolo molto interessante sul Sole 24 Ore, intitolato “L’Italia passa l’antidoping del Pil”, un approfondimento sulla questione Pil italiano versus Pil del resto del mondo, ma soprattutto verso quello Statunitense.

Facendo luce su un fatto molto importante: i dati economici sul Pil, e sulla situazione economica, statunitense sono stati “falsati” (ed il falsato è fra virgolette perchè di distorsione di visione economica si parla, e non di statistiche oggettivamente errate) dalla famosa bolla.

Sui giornali come nelle conversazioni si sente costantemente il paragone fra la bassa crescita economica dell’Italia negli ultimi dieci anni rispetto a quella americana, come se dovessimo guardare agli States con il naso all’insù.

Ma verificando i fatti la crescita è stata in realtà fittizia: è vero, tecnicamente la crescita del Pil  degli Usa fra 2000 e 2008 è stata del 18,6%, tre volte tanto l’Italia.

Ma la domanda non è più “quanto”, qui, ma “come”.

La “bolla” ha generato un incremento occupazionale nel mondo dell’edilizia di 1,2-1,7 milioni di persone. Questo è il risultato di una crescita fondata sui debiti, che ha dato poi i suoi “risultati” scoppiando nella grande crisi.

Tra 2007 e 2010 la ricchezza degli americani è infatti diminuita di ben 8.700 miliardi di dollari in termini reali, mentre in Italia nello stesso periodo la ricchezza delle famiglie è diminuita solo del 3,4% (“solo” 1.900 miliardi di dollari di patrimonio, se vogliamo spostare il confronto e la proporzione sulle famiglie americane, che invece hanno bruciato ben 6,800 miliardi in più).

Ed anche per quanto riguarda il deficit federale primario Fortis ci apre gli occhi: tra 2009 e 2011 dovrebbe aggravarsi di 3,000 miliardi di dollari per gli Stati Uniti, mentre per l’Italia dovrebbe addirittura risultare positivo nel 2011.

Ancora una volta quindi, è dimostrato come dalle vecchie lezioni ci sia ancora da imparare: non si ottiene nulla facilmente, e una crescita costruita sul debito è una non-crescita. Meglio un lavoro lento costruito step by step che una ricchezza costruita sul nulla.

Basta, quindi, con i paragoni con altri paesi che hanno pagato con una lunga povertà la loro ricchezza temporanea. Le crescite veloci e “indolori”, spesso, fanno in fretta a trasformarsi in fumo.

Piccolo Spazio Pubblicita

Chiedo scusa all’immenso Vasco se rubo una frase di “Bollicine”, ma dovevo per forza trovare un titolo adatto a questa televendita. Non entro (non è questa la sede e ci sono tantissime persone più indicate di me per farlo …) in discussioni politiche. Nè in considerazioni legate all’efficacia dei messaggi pubblicitari (e dei testimonial …).

Ricordo solamente, come ha già fatto Davide Rosi , che il tempo della ricreazione è finito. Non si rivitalizza un settore in grave crisi a suon di proclami che tutto va bene e di spot televisivi non inseriti in una logica di programmazione a medio termine. E’ ora di dare una politica industriale al settore del Turismo. E a tutto il Paese.

La crisi politica in Egitto danneggia il turismo

È di pochi giorni fa l’annuncio della Farnesina che sconsiglia viaggi in Egitto compreso il Mar Rosso.

Uno scenario complesso, quello di questi giorni, che vede da una parte una carenza di protezione da parte delle forze dell’ordine e dall’altra un’altissima presenza di cittadini europei. Se ne contano 15.500 circa in Egitto. 

“Nei giorni scorsi – dichiara Maria Concetta Patti, Presidente di Federviaggio-Confturismo – abbiamo stimato in oltre 2.000 unità il numero delle imprese a rischio nel brevissimo periodo e in circa 20.000 i contratti di lavoro che, di conseguenza, non verrebbero rinnovati o per i quali si aprirebbe la via della mobilità”.

La domanda chiave per quanto riguarda il punto di vista turistico-economico (lungi da me affrontare quello politico, che richiederebbe mesi di approfondimento) è: quanto terreno sta perdendo l’Egitto nei confronti del turismo e quanto è grande la perdita dell’Egitto rispetto alle entrate economiche nel Paese dovute al turismo?   

La risposta è immediata: immensa.  

Questa non è la prima volta, per gli egiziani: nel 1997 un attentato terroristico a Luxor uccise 58 turisti e 4 egiziani, provocando grandi danni al turismo nel Paese che però da allora ha mantenuto i suoi introiti (grazie al turismo) pressochè stabili fino ad oggi: nel 2009 l’Egitto ha visto 12 milioni e mezzo di turisti che hanno portato ricavi pari a quasi undici miliardi di dollari, senza contare i posti di lavoro creati dall’industria (si conta che il turismo copra il 10% del tasso di occupazione della nazione).  

In seguito alle rivolte di questi giorni, però, molti turisti hanno lasciato l’Egitto o cancellato le vacanze già prenotate da tempo. Non è possibile prelevare denaro dai Bancomat da giorni. E gli unici stranieri a volare da e al Cairo sono adesso i giornalisti (e anche loro con mille paure e timori).  

Il Daily Finance sostiene che l’economia egiziana ha perso almeno tre miliardi di dollari in seguito a questa crisi politica.  

I ricavi nel settore del turismo, che nel 2010 ha rappresentato il 6% del prodotto interno lordo, potrebbero ritornare ai livelli registrati prima del 2004, e cioè sotto i cinque miliardi di dollari.  

Anche il Guardian riporta le parole del nuovo vicepresidente Omar Suleiman che ha affermato che il costo reale di questa crisi politica è la perdita di 1 miliardo di dollari di ricavi per quanto riguarda il mondo del turismo.  

Solo per quanto riguarda il volume delle transazioni economiche Italia-Egitto verranno a mancare settimanalmente, a causa di questa crisi, 8 milioni di Euro ma si conta che dalla metà di febbraio il gap fra fatturati settimanali previsti e quelli realizzati sarà destinato a crescere ad un ritmo del 25% al mese, man mano che si avvicina la stagione primaverile ed estiva.

Come si evolverà la situazione? Quanto ci vorrà perchè l’Egitto possa recuperare il suo status privilegiato nel mondo del turismo? 

E, soprattutto, guardando al nostro Paese, come reggerà la nostra filiera turistica (Tour Operator, compagnie di Charter, Agenzie di Viaggio, etc.) già provata da due anni di crisi, alla mancanza di fatturato originato da un Paese che, per molti Tour Operator, rappresenta una parte consistente delle vendite e, fino all’altro ieri, un’isola felice del turismo di massa ?!?

Sulla strada

C’è una rubrica del settimanale L’Internazionale che trovo sempre gustosa e arguta al punto giusto. Si intitola “Regole, con fare un po’ serio un po’ no detta un rapidissimo vademecum di comportamento a seconda delle occasioni.

L’ultimo numero della rivista è particolarmente ghiotto, perché interamente dedicato al nostro pane: Viaggi!

Quindi, complice il fatto che siamo ormai giunti anche all’agognata estate 2010 (l’estate della crisi??) voglio condividere le Regole proposte questa settimana.

Tema: Autogrill

Prendete nota… ;-)

  1. Per la prima sosta in autogrill devi essere partito da più di dieci minuti.
  2. Le docce dei bagni lasciale ai camionisti.
  3. Icaro, Cesare e Ulisse: i panini più buoni sono quelli con i nomi classici.
  4. Non sgommare nel parcheggio.
  5. Metti a posto quel carrello: non sei qui a fare la spesa..

A questo punto approfitto dell’occasione per arricchire l’elenco con alcune mie personali riflessioni:

  1. Evitare di fermarsi esattamente un minuto dopo che 5 autobus granturismo hanno scaricato un’orda di vispi vecchietti giocatori di burraco in trasferta, pronti a gettarsi al banco bar.
  2. Evitare di comprare tutte le tipologie di salumi tipici in vendita nel Market, onde evitare impennate di kili e di colesterolo…

Anche i migliori piangono

Inizio questo Post con una premessa: provo un’ammirazione sconfinata per Sergio Marchionne.
Ne seguo le evoluzioni di carriera da anni e di lui  mi piacciono veramente tante cose: la determinazione, la chiarezza, l’interpretare ruoli e situazioni seguendo percorsi non scontati, il saper motivare le persone che lavorano con lui, la capacità di essere orientato al business e di orientare a quello tutto il resto dell’organizzazione, il pragmatismo.

Nelle ultime settimane, a più riprese, Marchionne ha chiesto a gran voce al Governo Italiano di riproporre gli incentivi statali alla rottamazione per sostenere l’industria dell’auto. La consecutio logica è stringente: no incentivi, domanda in diminuzione, posti di lavoro a rischio.

In generale, mi piacciono molto poco le economie in cui gli interventi statali sono ingombranti. Se un Mercato esiste perchè è incentivato da elementi esterni quali gli aiuti di Stato, allora significa che non è un Mercato. Semplicemente. Se produco qualcosa che il Mercato non assorbe, allora devo prendere atto che il Mercato è diverso da come me lo sono prefigurato nei piani triennali aziendali: o non esiste o, quanto meno, è ridotto rispetto alle stime. Però mi rendo anche conto che siamo in una fase economica unica nel suo genere. E lo testimonia il fatto che anche uno dei migliori manager di questo Paese, abiutato a prendersi le sue responsabilità e ad agire in prima persona, continui a bussare alla porta del Governo. E, puntualmente, il Governo risponde.

Questo, però, mi fa pensare al mio settore. Al settore del Turismo. Il settore in cui operano i miei Clienti. Settore toccato se non altro in misura uguale agli altri dalla Crisi (io, umilmente, ritengo toccato in misura maggiore …). E toccato da altre “crisi” che altri settori, invece, non stanno subendo. Penso, una su tutte, alla diffusione del virus H1N1 che porterà sicuramente ad una diminuzione dei viaggi per il timore di contrarre la nuova influenza.
A questo settore chi pensa ? Dove sono gli aiuti per il Turismo ? Qui parliamo di un Settore che impiega molta più forza lavoro rispetto al settore automotive anche comprensivo dell’indotto. Purtroppo, però, è una forza lavoro distribuita su un numero altissimo di imprese di piccole e medie dimensioni. E, purtroppo, un grande albero secolare che rischia di cadere fa molto più rumore di una foglia che cade veramente. E, spesso e volentieri, finisce dimenticata …

Ripartire da Zero. Anzi, da Due punto Zero

Riprendo uno spunto che trovo molto interessante scritto da Giorgio Rapari, Presidente di Assintel, e pubblicato dalla newsletter dell’Associazione. Mi sembra interessante la riflessione sul vero contenuto del concetto di 2.0 che è il focus sui processi, ben prima che sulle tecnologie. Soprattutto perchè proposta da un uomo di tecnologie.

Il punto…
Ripartire da Zero. Anzi, da Due punto Zero[Di Giorgio Rapari]

Questo inizio di primavera sembra arrivato quasi per caso, in sordina, come se il frastuono incessante della crisi, con i suoi strilloni, i suoi moniti, i suoi profeti e i suoi numeri neri sia capace persino di oscurare il sole. L’attenzione agli scenari, ai grandi numeri, ai trend, tipicamente distoglie dalle piccole cose, ma soprattutto innesca un effetto di retroazione.

E’ il cosiddetto cane che si morde la coda, tant’è che, a parlar di crisi, la crisi arriva davvero e forse più intensamente di quanto sarebbe se nessuno ne parlasse in questi termini.

Il concetto non solo vale per le circostanze negative ma, fortunatamente, anche per quelle positive. E qui, dunque, voglio soffermarmi. Sottolineando uno fra gli aspetti che andrebbero evidenziati con il giallo fosforescente, come si faceva a scuola sui libri. Uno di questi elementi positivi, che è sicuramente fra i più interessanti, nasce dal basso; o meglio, è massimamente visibile nella sua versione “popolare”.

Sto pensando al web 2.0. Quando si parla di 2.0, infatti, si è subito indotti a pensare alle manifestazioni più visibili e “consumer” del web, primi fra tutti i social network e i blog. Che, a ben vedere, poco sembrano c’entrare con il business aziendale e la ripresa del ciclo economico. Anzi, proprio per il meccanismo di cui sopra, potrebbero addirittura essere un elemento di amplificazione del clima generale di sfiducia e di crisi.

Ma questo 2.0 è solo la punta dell’iceberg di un “fenomeno” destinato a diventare il protagonista dell’organizzazione economica, oltre che sociale, del futuro prossimo. E, perchè no, della ripresa. La parte di iceberg che sta sotto la superficie visibile si chiama Enterprise 2.0. Sono in realtà ancora poche le aziende che hanno switchato all’Enterprise 2.0, perchè pochi sono coloro che hanno veramente compreso il significato di questa espressione: la difficoltà non è banale, perchè – al di là delle parole – sottende un radicale cambiamento di prospettiva. Si parte cioè dal web partecipativo per arrivare ad una vera rivoluzione a 360 gradi della cultura aziendale, che coinvolge potenzialmente tutti i processi.

L’accento non è – come si potrebbe essere tentati di pensare – sulle tecnologie abilitanti. Quelle ci sono, e sono le tecnologie della Rete, che diventa piattaforma. Se così fosse, basterebbe installare un software per far decollare una community e attivarne i meccanismi virtuosi.
Ma non è così.
L’accento è su una nuova cultura delle condivisione on-line, attraverso la quale re-inventare i processi su tre linee precise di intervento: i propri clienti, i propri partner e l’azienda stessa.

In questo modo si attiva un ciclo cibernetico virtuoso che si auto-alimenta, catalizzatore di aggregazione e di costruzione della conoscenza, tanto verso l’esterno quanto a livello intra-aziendale.
Non considerare strategicamente le potenzialità di questo approccio può risultare un errore di grande portata, proprio ora in cui la crisi economica inizia a farsi sentire anche sulle aziende dell’ICT e dei Servizi Innovativi, dopo aver falciato l’industria manifatturiera e i consumi.

Enterprise 2.0 può infatti significare opportunità di ri-costruire il proprio business su una vera centralità della relazione con il Cliente, proprio a partire dal Cliente stesso, catalizzando attorno a questo concetto l’intera organizzazione dei processi aziendali, dal marketing al CRM, dal Portale al Content Management fino ad arrivare persino all’ERP.
E può voler dire attivare una valorizzazione dei talenti e della conoscenza all’interno dell’azienda, capitalizzando su quelle risorse che troppo spesso rimangono nascoste o non pienamente utilizzate.

La responsabilità di questa svolta (o della mancanza di attuazione di questa svolta), una volta tanto, non è dell’ICT.
A conti fatti, la titolarità della scelta non risiede (solo) nella funzione ICT, ma nel management dell’azienda, nella prima linea: lì sta l’ownership e la sponsorship del cambiamento, perchè non stiamo parlando solo di modificazioni tecnologiche ma di ristrutturazione strategica della cultura e dell’infrastruttura aziendale.

L’ICT, in questo contesto, ha per una volta un compito facilitato. Perchè il concetto di 2.0 è ormai diffuso a livello basic. Si tratta ora di far percepire il salto di qualità alle aziende, attraverso azioni di sensibilizzazione, di avvicinamento al linguaggio dell’utente, di proposizione di best practice, di descrizione di scenari e opportunità, con l’accortezza di ancorarli costantemente a semplici e puntuali misurazioni del ritorno dell’investimento.

Chi da i numeri ?!?

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Il turismo è materia che appassiona. E lo dice uno che è entrato nel settore solo tre anni fa e ne è rimasto affascinato e completamente conquistato. Però, come tutte le cose che appassionano, si rischia che se ne parli in troppi (e mi ci metto pure io, a scanso di equivoci…). Un po’ come la Nazionale di calcio di cui tutti ci sentiamo, sotto sotto, i veri Commissari Tecnici (senza prenderne lo stipendio, purtroppo…): cosa che produce all’incirca 50 Milioni di diverse formazioni ogni volta che i nostri “eroi” in maglia azzurra scendono in campo.
Ma torniamo al turismo. Essendo materia appassionante e molto ampia, ogni giorno nascono osservatori che lo analizzano, lo vivisezionano, lo descrivono. Va bene tutto. Ci sta tutto.

Mi chiedo, però, come nascano certe previsioni di natura assolutamente contraria. Qualche giorno fa, per esempio, Il Sole 24 Ore se ne è uscito con un articolo che sprizzava ottimismo da ogni carattere tipografico dal titolo inequivocabile: “Pasqua, verso il tutto esaurito“. Ripeto: ci sta tutto. Anche che, in periodi bui e grigi come questi, ci si possa entusiasmare anche per una crescita dei preventivi (sic !) del 30% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Peccato che una fonte altrettanto autorevole sostenga che ad oggi siamo ancora ai preventivi e dalle conferme di questi ultimi dipenderà il giudizio sul break Pasquale.

E’ importante dare un quadro completo dell’andamento del settore. Soprattutto se consideriamo le ricadute sul Sistema Paese. Qui stiamo parlando di un settore che sta veramente soffrendo. Lavoro in un’Azienda che ha il privilegio di essere il cuore tecnologico di molti Operatori del Turismo: e non si possono non guardare i dati. E i dati sono, ad esempio, che le prenotazioni aeree effettuate presso Agenzie di Viaggio e Tour Operator sono calate, nei primi mesi dell’anno, del 14.5% rispetto al 2008. Che gli hotel, soprattutto quelli delle Città d’Arte, tra le Cash cow del settore turistico nostrano, sono costretti a inventarsi promozioni per mantenere livelli di occupazione sufficienti. Ma spesso a scapito delle tariffe medie giornaliere. Che le Agenzie di Viaggio scontano una riduzione della spesa viaggi dei consumatori e una stretta sempre maggiore sulle commissioni da parte dei provider. Che le Società specializzate in Business Travel (le cosidette Travel management Company) sono penalizzate dai tagli delle spese per viaggi d’affari e incenitve che, in alcune Aziende, arrivano anche al 60/70%.

Dico questo perchè dobbiamo guardare in faccia la realtà: questo è un settore che può (e deve) essere trainante per il nostro Paese. Ma che sta soffrendo, come tanti altri settori, del momento congiunturale negativo. Dare messaggi eccessivamente ottimistici, aggrappandosi a qualche notizia positiva sparsa qua e là, potrebbe far calare ulteriormente l’attenzione già non eccessiva (eufemismo…) che il settore Pubblico dedica al turismo e a chi ci lavora. Questo non vuol dire abbandonare l’ottimismo e la voglia di essere propositivi. Però alla luce di un costante realismo.