Che faccia ha l’Italia ?

Leggo oggi su Guida Viaggi che sarà la Marianna a incarnare la Maison de la France nelle strategie turistiche. Una scelta coerente, immediatamente empatica e – perché no – squisitamente glamour.

Budget importante: 20 milioni di Euro per raggiungere l’obiettivo di 40 miliardi di entrate entro il 2010.

 

Il pensiero va, ahimé, ai numeri che hanno interessato un progetto di analogo rilancio nel nostro Paese: quell’Italia.it che doveva portare nel mondo il marchio vincente del made in Italy applicato a viaggi&turismo.

58 milioni di Euro stanziati. Cito Luca Spinelli: 1 Euro per ogni cittadino italiano!  

Solo il logo ha interessato un bando da 100.000 Euro e solo per ideazione&realizzazione.

Peccato che il 18 gennaio 2008 il portale sia stato chiuso, cancellato dalla Rete, dopo mesi di ipotetici rilanci mai concretizzati. E peccato che questo famoso logo, piaciuto a ben pochi, non sia neppure utilizzato (l’Enit, giusto per fare un esempio, sta continuando ad usare il suo vecchio logo …).

E’ stato un approccio talmente disastroso, da meritarsi un blog dedicato dal profetico nome di Scandalo Italiano!

 

Oggi allora lancio da qui una piccola provocazione: proviamo a dare anche noi un nuovo volto al brand Italia.

Cosa suggerite?

Intanto ci penso anch’io…

6 commenti

  1. Alife:

    Caspita. Che slancio. In tanti ci hanno provato ma il problema è che Italia.it…è fatto dagli italiani E quindi non fatto…Non voglio incasinarmi con le parole ma, purtroppo, è proprio così. I Lombardi vogliono che si parla di Renzo e Lucia e dei loro laghi, i Siciliani se ne fottono e vogliono il mare della loro bellissima isola e , magari, un po’ di colore con la Vucciria. E poi i romani, i sardi e, perché no?, anche i molisani, i liguri, i valdostani…
    le iniziative per ravvivare Italia.it si sono sprecate, vedi su tutte http://wiki.bzaar.net/RItaliaCamp/Chi, e uso il termine “sprecate” perché purtroppo sono finite in un nulla di fatto.
    Così i Francesi, ma anche gli spagnoli e tanti altri, possono continuare a sbeffeggiarci sul tema della promozione turistica. Noi ci promuoviamo forse meglio attraverso le Carle Bruni o le Moniche Bellucci del caso…dimenticandoci forse che entrambe vivono a Parigi….E allora lancio una provocazione! Se i francesi usano la Marianna per la loro promozione noi utilizziamo….l’assessore Prosperini!!
    faremo parlare di noi…ma chissà poi cosa diranno i siciliani, i molisani, i liguri, i valdostani……………………………

  2. Roberta Milano:

    Come hai ragione (purtroppo).
    Conosco bene l’argomento, ho dedicato buona parte del mio corso (sia lo scorso anno che il corrente) ad analizzare l’evolversi della situazione.
    E’ stato un disastro tecnologico ma ancora prima di comunicazione, che ha scatenato una reazione direttamente proporzionale alla mancanza di dialogo con la RETE.
    La mia posizione è espressa qui: http://www.slideshare.net/RobertaMilano
    Per quanto riguarda la proposta che lanci, ora abbiamo Matteo Marzotto alla guida dell’Enit, proprio per il rilancio del made in italy. Aspettiamo. Oppure ci coinvolgano fin dall’inizio, ma temo sia troppo 2.0

  3. Alife:

    Intanto la Brambilla ha detto che rilancerà il sito Italia.it. Spero non come Rutelli (eh, eh, eh). Anche se forse del patatrac del sito era tra i meno colpevoli….
    Ma quella del sito Italia.it mi sembra un po’ la cartina di tornasole di come vengono gestite le cose in Italia. Non date in mano a chi è competente, con onori e oneri del caso, ma agli amici degli amici. Con un buona dose di burocrazia come cupola. Il project manager di Italia.it lo conosco bene, e proprio un incapace non era.. Ma non poteva decidere.
    Comunque ritorniamo all’Italia, senza l’.it questa volta. La politica, da anni, non ci fa fare una grande bella figura, ma anche la classe manageriale non è che brilli di gran luce, se non per pochi, sporadici, casi (vedi Marchionni o Colao, che quando era in Rcs era pure visto male….).
    Mi sembra che siamo la nazione dei gamberi. Pasciuti. Chi fa passi indietro, o li fa fare alle proprie aziende, viene premiato. Ma attenzione i gamberi, vieppiù pasciuti, fanno gola ai garndi chef.
    Che, per di più, li cuociono vivi….

  4. Cristina:

    A proposito della Brambilla e del presunto rilancio di Italia.it ne parlava proprio ieri il Corriere.it:

    http://vitadigitale.corriere.it/2008/07/rispunta_italiait.html

  5. Fabio Lazzerini:

    Brr, mi vengono i brividi solo a pensare di fare la fine di un povero (quantunque buonissimo …) gambero.

    Però, brividi a parte, la fotografia è proprio questa. E’ la fotografia di un Paese che se la spassa nonostante la realtà. Un po’ come il Titanic: avanti tutta, nonostante gli iceberg ed i pericoli. Intanto noi abbiamo il nostro classico “stellone” che ci protegge. Non si sa bene perchè pensiamo che, per grazie divina, a noi non può proprio accadere nulla di male. E allora via: continuiamo le danze ed i brindisi …

    Il film a cui sono più affezionato è “Non ci resta che piangere”. Non so se vi ricordate questo capolavoro della cinematografia mondiale (!!!). Ma c’è quella scena divertentissima nella quale, trovatisi proiettati nel 1492 (quasi 1500 !!!), Benigni e Troisi cercano di uscire dalla locanda la mattina successiva come se nulla fosse, cercando di ignorare la realtà. Il vecchio trucco di nascondere la testa sotto la sabbia e far finta di nulla. Chè, poi, in qualche modo, a da passà a nuttata !!! Noi siamo un po’ così.

    Però io ci credo. Credo nella filosofia 2.0. Credo che in tanti si possa provare a dare contributi. O almeno a provocare cambiamenti.

    Come dice Roberta, sarà troppo 2.0 ?!? Speriamo di no …

    PS: sto ancora pensando alla faccia da proporre per l’Italia …

  6. maxrovelli:

    Sarà 2.0, oppure non se ne farà granché, temo.
    Provo a spiegarmi.

    Ho riletto l’efficace presentazione di Roberta sull’incredibile vicenda di italia.it, con un misto di piacere per l’ottima analisi e di tristezza per quest’altra pazzesca storia di spreco italiano.

    Ma ora, che si può fare?

    Si sa, siamo un paese di forti contraddizioni, dove convive il degrado dell’irrisolvibile immondizia campana con la creatività degli stilisti più apprezzati nel mondo; gli “scandalopoli” (chi si azzarda più stilarne una lista?) con il coraggio e la genialità dei Saviano, degli Eco, dei Rubbia; il preoccupante declino della grande industria con l’energia propulsiva degli imprenditori medio-piccoli; …e i chiaroscuri in Italia sono come gli esami, non finiscono mai.

    Ma proprio in questa fase di difficoltà (la crisi finanziaria, la recessione, la precarietà, l’inflazione, ecc.) sembra (dico, sembra) emergere una reazione d’orgoglio, un “modello italiano”, ed è proprio un “modello 2.0”, quello dei “distretti”; non tipo quello della ceramica, dove in una certa area tutti fabbricano cessi, ma l’impresa-rete, i network sul territorio, le comunità di scopo, le aziende medio-grandi che trainano e un indotto che si coagula intorno, “reti di interessi” che si aggregano e si rafforzano cooperando, creano link nel tessuto sociale con le università, con le banche e le istituzioni locali.

    Quanti sanno che l’Italia è oggi (proprio in questo periodo terribile) il secondo paese esportatore in Europa (dopo la Germania che è il primo nel mondo)? È il modello intravisto e prospettato nel progetto “Industria 2015” di Bersani ( http://www.industria2015.ipi.it/index.php ), proprio costruito intorno ai “distretti”, e rimesso sul tavolo da Tremonti, quando pone il problema della responsabilità giuridica di questi network locali e di come predisporre modalità di finanziamento a sostegno.

    Qui, nel paese dei granducati e dei campanili, sembra difficile “fare sistema” partendo dall’alto, ma forse si può fare, e con buoni risultati, partendo dal basso, dal territorio, dai distretti, dalle comunità e in questo senso il potenziale di Internet è fortissimo e ancora molto poco sfruttato.

    Certo, i nuovi responsabili istituzionali, e la loro voglia di far bene, vanno ingaggiati e coinvolti, ma soprattutto forse stimolati con proposte concrete, esperienze che stanno funzionando, dal basso, nel territorio, perché le prendano ad esempio, le comunichino, le sostengano, le mettano a sistema, creino il contagio in modo virale.

    E il ruolo istituzionale sarà poi decisivo e potrà fare una grande differenza, soprattutto se citando ancora il mitico “Non ci resta che piangere”, non si limiterà alla richiesta di “un fiorino!” ogni volta che si deve passare il ponte . ;-)

    max

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