“Silencio. No hay banda”
Parto da una frase sentita qualche anno fa al cinema, per uno spunto di riflessione su reti sociali, blogosfera, comunicazione.
Più volte in questi anni, di fronte a un’informazione sempre più parcellizzata in un continuo mitragliamento di dati, cifre, opinioni e sondaggi discordanti, mi è tornata in mente Rebekah del Rio e il suo invito al silenzio, con cui idealmente si conclude il film Mulholland Drive.
Essendo per me quella pellicola un oggetto di studio (e di culto), ho sempre tentato di sviscerarne i meccanismi più reconditi, fino a convincermi che – al di là della trama – in una frase sola Lynch è riuscito a condensare tutta la sua insofferenza verso i meccanismi mainstream del cinema hollywoodiano e una comunicazione ormai diventata solo questione di chi fa la voce più grossa.
Banalizzando, è un po’ la logica del talk show applicata all’interazione di ogni giorno: una contaminazione reciproca che, obiettivamente, finisce col riservarci ben più di un grattacapo.
Il “silenzio” a cui allude il film di Lynch non è assenza di segnale, ma pulizia, cura del contenuto e attenzione per la relazione che si crea a partire da quell’input.
Per continuare con la metafora cinefila, a gran parte dello scenario 2.0 viene quotidianamente aggiunto una sorta di “fuori campo” sonoro, voce del narratore che ricostruisce una parvenza di trama e pretende di dare un senso a fenomeni (blog, wiki, instant messaging, digital lifestream, social bookmarking, microblogging) per loro natura allergici a una dimensione di tipo storico.
E questa voce è l’insieme del chiacchiericcio prodotto dai media mainstream, spesso in evidente imbarazzo quando devono parlare di web, ma anche da chi è più dentro i meccanismi del 2.0.
Il risultato? Si parla per slogan, si seguono mode. Più in profondità, si tralascia la realtà delle cose nel loro farsi. Un giorno tutti a correre dietro al “nuovo fenomeno” Facebook, il giorno dopo si decreta la morte del blog, il terzo si parla di web come ultimo avamposto di libertà.
E magari si trascurano esempi virtuosi come VoiceOfSanDiego.org o il TypePad Journalist Bailoput Program, iniziative al limite tra blogging, giornalismo (e – nel caso di VoiceofSanDiego – non profit) che oggi non solo permettono a molti colleghi americani disoccupati di trovare di che mantenersi, ma rilanciano la potenza del mezzo Internet come veicolo in grado di scardinare intere filiere produttive.
Quanto al blog, da più parti si dice che stia vivendo un brutto periodo. Difficile crederlo del tutto. Semplicemente sta trovando una sua nuova collocazione all’interno del concetto di presenza online. È più intimo (che non vuol dire intimista), più raccolto e in qualche modo meno frenetico di prima. I post mediamente rallentano di frequenza e sono caratterizzati da una maggiore profondità di analisi. In qualche modo – anche se ancora non ci è dato sapere come – il blog potrebbe contrapporsi all’istintività di un FriendFeed o al rumore di fondo di cui sopra.
Tourismcafè mi pare vada in questo senso. Non mi piace la metafora del salotto, perché rimanda a immagini elitarie: tuttavia è e rimane un aggregatore di pensieri e contributi, un momento per ragionare a mente fredda su temi diversi eppure mai come oggi così uniti. Non è piaggeria la mia, quanto la realistica constatazione che non ce ne sono tantissimi così, almeno in Italia. Me ne vengono in mente altri tre che fanno propria questa filosofia, senza la pretesa di voler fare classifiche: il blog di Umberto Torelli, quello di Stefano Quintarelli e – in modo un po’ diverso – quello di Marco Camisani Calzolari.
La foga di coprire con le proprie parole quelle degli altri è evidente non solo a livello di singolo, ma anche in ambito aziendale, dove peraltro rischia di fare danni peggiori. Non è un caso se l’adozione dei media sociali è vista ancora con un certo sospetto da CEO e CFO americani, specie dopo che molti tra quelli che vi si sono buttati a capofitto in qualche modo si sono comportati come se tra le mani avessero un semplice megafono e non un moltiplicatore di legami informali.
Da un lato si è preteso di capire i nuovi media senza viverli, dall’altro spesso si è pensato che una buona presenza on line significasse quantità di contenuti o forza nel distribuirli. Al contrario, siamo di fronte a uno scenario che impone la qualità: lo ripete spesso (e giustamente) chi si occupa di buzz marketing e di reputazione on line. Ma c’è anche un altro fattore, che nessuno potrà mai vendere o comprare: la sincerità. Il 2.0 impone schiettezza: la stessa naturalezza necessaria ad ammettere che l’ecosistema web-mobile è prima di tutto moltitudine e poi, nel caso, market.
Molte delle formule per comunicare scelte in ambito enterprise sanno di artificioso, altre mirano a un ritorno di immagine di vecchio stampo, quando bastava smentire un fatto via press release per proteggere l’immagine di un prodotto. O cambiare un dominio da .it a .info per ripartire daccapo, come se nulla fosse accaduto.
È un periodo molto particolare per chi si occupa di web. Da più parti si sente l’esigenza di un ripensamento dei codici comunicativi e di relazione, superando di slancio concetti (pubblico, audience) che avranno senso per parlare di un fatto in termini di “boom” o per misurare la bontà di una campagna banner, ma che non contribuiscono a capire dinamiche e relazioni di quello che, a tutti gli effetti, è un macrocosmo.
Occorre che il web diventi ancor di più luogo di autoriflessione, in modo da gettare le basi per uno sviluppo e un utilizzo “sostenibili” di tutti i nuovi media, in un’ottica di benessere (culturale, emotivo, sociale, economico) per quanti più soggetti possibile.
Iniziamo a ragionare con calma – quasi tra amici –scrollandosi di dosso l’ossessione per il Roi o per una deadline. Finirà che qualche soluzione salterà fuori: o magari riscopriremo semplicemente il valore del tempo, vera ricchezza mancante di quest’epoca. E, paradosso del paradosso, avremo la possibilità di farlo proprio all’interno di un ecosistema che di fatto lo abolisce.


Il dubbio che mi assale è che l’eccesso di informazioni, opzioni, punti di vista e relatori generi l’esatto contrario: una marea di parole in cui la verità annaspa e l’immagine non è mai chiara. In tutto questo continuo a sorprendermi con entusiasmo per la democrazia esistente nel web.
25 novembre 2008 alle 5:57 pmCiao. Intanto grazie per aver condiviso il tuo punto di vista. Ti riporto quello che mi dice sempre Andrea, un carissimo amico che Internet la conosce dai tempi di chat e BBS, prima per passione e oggi per lavoro. Lui mi ripete sempre: “Piero, la gente non ha ancora capito che Internet non ha un verso e una direzione, a differenza degli altri mezzi di comunicazione. È un super-media, un contenitore. Ci trovi dentro tutto e il contrario di tutto. Wikipedia è sicuramente la più autorevole delle fonti on line, eppure Wikipedia ALLO STESSO TEMPO è piena di gente pagata per orientarne le informazioni a fini commerciali, controllando la reputazione di diverse aziende. Quindi, è autorevole e nello stesso momento non è autorevole…”
26 novembre 2008 alle 12:09 pmÈ stata anche la possibilità di confrontarmi con persone come lui che mi ha fatto capire ancor di più che il 2.0 rappresenta di sicuro un qualcosa di rivoluzionario. Allo stesso tempo, come ogni altro ambito umano (reale o virtuale), ha bisogno di ritagliarsi degli spazi dove metaforicamente “staccare la spina” e prendersi una pausa. Il tanto criticato blog potrebbe essere uno di questi spazi/strumenti, proprio per la sua natura “intima”. Di sicuro non Facebook, per capirci, dove i flussi di informazioni si accavallano a ritmi vertiginosi e in modo caotico.
Ottimo articolo Piero.
28 gennaio 2009 alle 7:44 pmInternet è il segno dei nostri tempi, è Caos totale. Di questo dobbiamo essere coscienti. La bravura di noi e di tutti gli attori è riuscire a districarsi in questo Caos.
Ad esempio uno dei grandi “ordinatori” che prova a mettere ordine nel caos è Google: se ci sono 1000 fonti, google (nel bene e nel male) te ne restituisce poche da leggere…